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Rischio lavoro in solitudine: la corretta definizione e la normativa di riferimento

Definire in modo preciso il tema del lavoro in solitudine o lavoro isolato risulta molto complesso, anche perché su questo tema la legislazione italiana non si è espressa in modo puntuale.

I paesi nei quali questo argomento è stato maggiormente affrontato sono gli Stati del Nord America; da ciò deriva che la maggior parte della bibliografia sia reperibile in lingua inglese.

Ma quale è il significato di “lavoro solitario”? Una delle possibili definizioni è la seguente: “Al lavoro una persona è “sola” quando non può essere vista o sentita da un’altra persona e quando non può aspettarsi una visita da un altro lavoratore (tratta da articolo del CCOHS – Canadian Centre Occupational Health and Safety).

Il D.Lgs. 81/08 ha fatto diversi accenni a lavori a rischio nei quali è richiesta la presenza di almeno due lavoratori, ma non è presente una sezione specificatamente dedicata a questo tema.

I punti del TUS che richiamano questo obbligo sono:

  • Articolo 66 Lavori in ambienti sospetti di inquinamento. “Quando possa esservi dubbio sulla pericolosità dell’atmosfera, i lavoratori devono essere legati con cintura di sicurezza, vigilati per tutta la durata del lavoro e, ove occorra, forniti di apparecchi di protezione
  • Allegato IV, punto 3 Spazi confinati. “I lavoratori che prestano la loro opera all’interno dei luoghi predetti devono essere assistiti da altro lavoratore, situato all’esterno presso l’apertura di accesso”.
  • Articolo 145 Disarmo delle armature. “Il disarmo delle armature provvisorie deve essere effettuato con cautela dai lavoratori che hanno ricevuto una formazione adeguata e mirata alle operazioni previste sotto la diretta sorveglianza del capo cantiere”
  • Articolo 113 Scale.Durante l’esecuzione dei lavori (sulla scala), una persona deve esercitare da terra una continua vigilanza della scala”.

Inoltre, il D.M 388/2013 all’Art. 2 comma 5 stabilisce che: “Nelle aziende o unità produttive che hanno lavoratori che prestano la propria attività in luoghi isolati, diversi dalla sede aziendale o unità produttiva, il datore di lavoro è tenuto a fornire loro (oltre al pacchetto di medicazione) un mezzo di comunicazione idoneo per raccordarsi con l’azienda al fine di attivare rapidamente il sistema di emergenza del Servizio Sanitario Nazionale”.

In questo panorama normativo piuttosto deficitario, permane però l’obbligo da parte del Datore di lavoro di valutare tutti i rischi potenzialmente presenti in azienda, compreso anche il lavoro in solitudine. Ne consegue che spesso i Datori di lavoro, come misura preventiva, si limitino esclusivamente a vietare interventi/processi pericolosi durante le attività svolte in solitudine e durante gli orari notturni (quali ad esempio utilizzo di scale, interventi di manutenzione, accessi in luoghi isolati, operazioni con fiamme libere, ecc.).

Ma come vedremo in questo articolo e nella Linea Guida “I rischi del lavoro in solitudine: guida per i datori di lavoro e gli addetti alla sicurezza, scritta da SUVA (Istituto Nazionale Svizzero di Assicurazione Infortuni), spesso queste misure non sono sufficienti.

 

Quali sono i rischi dei lavoratori solitari? Cosa deve fare l’azienda per il rischio del lavoro isolato?

La mancanza di contatti con altri lavoratori può aumentare il rischio di infortunio soprattutto in relazione alla tipologia di lavoro (es. lavoro notturno, lavoro ripetitivo o monotono, ecc.).

Questa condizione di isolamento può inoltre essere causa di stress psichico (sensazione di isolamento, paura).

Di fronte a eventi straordinari, le persone che operano “da sole” spesso si sentono sotto pressione sia a livello fisico, che mentale che psichico (mancanza di assistenza, disorientamento). In questa situazione di stress, sussiste un maggior rischio di prendere decisioni errate o di improvvisare.

Quando si lavora da soli, aumentano quindi le probabilità di commettere degli errori.

A questi fattori si aggiunge, inoltre, il rischio di non ricevere un aiuto tempestivo in caso di infortunio o malore.

Le aziende che impiegano personale operante in solitudine devono quindi adottare misure adeguate, nel rispetto dei seguenti principi:

  1. nei posti di lavoro occupati da una persona sola devono essere impiegati solo soggetti idonei (idoneità fisica, mentale e psichica)
  2. le persone tenute a lavorare da sole devono essere istruite e formate in modo specifico
  3. i collaboratori impiegati nei posti di lavoro occupati da una persona sola devono avere la possibilità di dare l’allarme in qualsiasi momento in caso di emergenza
  4. bisogna garantire che le persone isolate ricevano un aiuto tempestivo in caso di infortunio o di fronte a situazioni critiche
  5. nel caso di lavori pericolosi deve essere presente un sistema di sorveglianza o controllo da remoto.

 

Rischio solitudine: la Valutazione del Rischio e le misure di prevenzione e riduzione del rischio

Il lavoratore isolato si trova dunque a svolgere la propria attività senza la presenza fisica di altre persone attorno a sé, in una condizione che può diventare pericolosa, qualora l’isolamento possa precludere la possibilità di ricevere soccorso in caso di necessità.

Il fatto di lavorare in solitudine comporta un fattore di rischio che deve essere indicato (e valutato) nel Documento di Valutazione dei Rischi (DVR). È per esempio necessario, in fase di valutazione, tenere presenti anche le possibili conseguenze di quello che sarà il tardivo intervento di soccorso.

È quindi fondamentale per le aziende, che la condizione di lavoro isolato sia analizzata dal Datore di Lavoro nel DVR. Le misure di prevenzione e protezione e i controlli vanno definiti nel rispetto delle priorità stabilite nell’articolo 15 del D.Lgs. n. 81/2008 “Misure generali di tutela” secondo i seguenti principi:

  • limitare le attività per le quali è previsto l’impiego di lavoratori isolati
  • predisporre procedure per il controllo degli ambienti di lavoro in cui si trovano a prestare la loro opera i lavoratori isolati
  • limitare il numero dei lavoratori esposti ai rischi conseguenti al lavoro isolato, definendone i requisiti di idoneità sanitaria e di formazione
  • utilizzare tecniche e apparecchiature per il controllo e il soccorso da remoto dei lavoratori isolati (es. dispositivo uomo a terra).

Quindi possiamo riassumere le misure di prevenzione nelle seguenti tre macrocategorie:

  1. Squadre di lavoro: utilizzare squadre di almeno due lavoratori, ove applicabile.
  2. Procedure di sorveglianza specifiche: prevedere l’attivazione di specifiche procedure per la sorveglianza dei lavoratori, ovvero meccanismi per cui il lavoratore isolato è tenuto a contattare periodicamente un supervisore: l’eventuale mancato contatto all’orario prestabilito fa scattare una procedura di ricerca e di eventuale salvataggio.
  3. Soluzioni tecniche: rendere disponibili in azienda strumenti in grado di monitorare situazioni di potenziale pericolo correlate a lavori in solitudine. È possibile, infatti, rilevare i movimenti del corpo attraverso apparecchi di controllo che la persona porta su di sé o attraverso apparecchi fissi di sorveglianza presenti nel locale. L’assenza di movimenti del corpo, conseguenti, ad esempio, ad una perdita di conoscenza, fa scattare automaticamente l’allarme dopo un tempo prestabilito.

Da segnalare inoltre che oggi gli smartphone sono dotati di GPS e di altri sensori di movimento (es. accelerometro) in grado di determinare la posizione e gli spostamenti di una persona e che sono disponibili specifiche App che sostituiscono in modo più economico i dispositivi di rilevazione “uomo a terra” (anche se l’attuale offerta è diventata molto vasta e in grado di soddisfare tutte le esigenze aziendali).

In ogni caso le soluzioni tecniche devono essere valutate in funzioni delle specifiche esigenze e dei tempi tecnici massimi di intervento.

Per fare un esempio nel caso di attività in celle frigorifere a bassissima temperatura, in cui il lavoro viene svolto in solitudine per un tempo relativamente limitato (alcuni minuti), la condizione di permanenza all’interno della cella può rappresentare una situazione di pericolo grave. In questi casi, in sostituzione di un tradizionale apparecchio “uomo a terra” la soluzione tecnica può essere un timer che si attiva all’apertura della cella e che viene disattivato dall’operatore al momento dell’uscita. In caso di superamento del tempo tecnico massimo di permanenza in cella, l’apparecchio attiva un allarme acustico o effettua una chiamata in emergenza.

 

Rischio lavoro in solitudine: esempi di ruoli lavorativi che prevedono il rischio del lavoro in solitudine

Di seguito sono riportati alcuni esempi di attività che al giorno d’oggi vengono spesso affidate a una sola persona:

  • autotrasportatori
  • addetti alle guardianie sia notturne, sia diurne
  • tecnici di pronto intervento per servizi di pubblica utilità che svolgono il proprio lavoro sul territorio nazionale (energia elettrica, gas, acqua, ecc.)
  • addetti alle pulizie che operano in orari in cui i locali da pulire non sono “abitati”
  • addetti al controllo del funzionamento di impianti a ciclo continuo
  • addetti ai servizi di vigilanza (che spesso presidiano ampie aree attraverso monitor e telecamere)
  • addetti al Telelavoro
  • portieri d’albergo
  • lavorazioni in agricoltura
  • lavorazioni del commercio
  • lavorazioni di assistenza impianti e/o di magazzinaggio
  • addetti a particolari attività di riscossione di denaro (es. addetti al pedaggio autostradale e/o distributori di carburante)
  • lavori di installazione presso i clienti.

 

Rischio lavoro in solitudine: i requisitivi relativi al “lavoratore solitario” e l’idoneità sanitaria

Impiegare soggetti idonei permette di ridurre la probabilità che le persone tenute a lavorare da sole prendano decisioni sbagliate, si comportino in modo non conforme alle norme di sicurezza o improvvisino in modo pericoloso.

È il Datore di Lavoro a selezionare la persona adatta a svolgere l’attività lavorativa in questione.

È ovviamente fondamentale la collaborazione del Medico Competente in quanto occorre attivare una sorveglianza sanitaria mirata: i “lavoratori solitari” devono essere in possesso di uno specifico giudizio di idoneità.

A titolo di esempio, non sono idonei, o lo sono solo a determinate condizioni, coloro che:

  • sono soggetti a crisi epilettiche, diabete non controllato, attacchi di asma, sbalzi di pressione, ecc.
  • hanno problemi di dipendenza (da alcol, farmaci, droghe)
  • assumono farmaci sedativi o stimolanti
  • presentano reazioni allergiche pericolose (ad esempio a seguito di punture di insetti).

 

Lavorare in solitudine e la formazione specifica

Le persone che operano in solitudine devono conoscere bene il luogo di lavoro in cui operano, le macchine, gli utensili e le attrezzature di lavoro.

È quindi importante che il lavoratore abbia ricevuto, oltre alla formazione già prevista per legge, una specifica formazione riguardante:

  • informazioni sul sistema di sorveglianza impiegato (anche per motivi di privacy)
  • istruzione sui lavori che richiedono obbligatoriamente la presenza di una seconda persona (es. lavori in spazi confinati o su scala)
  • istruzione sui lavori in cui bisogna coinvolgere uno specialista (es. manutentore).

La formazione deve inoltre comprendere gli elementi più importanti relativi alla gestione delle emergenze, tra cui la conoscenza di:

  • piano di emergenza
  • piano di evacuazione e vie di fuga
  • sistema di allarme acustico
  • sistema di allarme visivo
  • modalità di chiamata emergenza
  • gestione dell’emergenza in situazioni particolari (es: blackout elettrico, esondazione, ecc. in relazione allo stato dei luoghi).

Come sempre, la formazione deve essere documentata e le istruzioni di lavoro devono essere in forma scritta. È infine opportuno verificare periodicamente l’efficacia della stessa, ossia controllare il comportamento e le conoscenze delle persone che lavorano in solitudine. L’entità e la frequenza di questi controlli dipendono dalla tipologia del lavoro, dalla sua complessità e dallo stato dei luoghi.

 

Conclusioni

Il progresso tecnologico e la razionalizzazione dei processi, sempre più rivolti all’automazione, fanno sì che il funzionamento di macchine o interi cicli produttivi sia affidato sempre più spesso a una sola persona.

Si prevede che il numero di posti di lavoro occupati da operatori “isolati” sia destinato ad aumentare in futuro.

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Valutazione Rischio Lavoro Notturno: gli obblighi normativi https://www.safetyone.it/valutazione-rischio-lavoro-notturno-gli-obblighi-normativi/ Mon, 08 Feb 2021 10:16:29 +0000 https://www.safetyone.it/valutazione-rischio-lavoro-notturno-gli-obblighi-normativi/ Quando si definisce lavoro notturno? Il lavoro notturno, all’interno delle aziende, rappresenta un elemento di criticità spesso sottovalutato, che espone i lavoratori a fattori di rischio sia di natura fisica che psicologica. Obbligo del Datore di lavoro è analizzare, attraverso il DVR, tale fattore di rischio e individuare le misure più appropriate di prevenzione e […]

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Quando si definisce lavoro notturno?

Il lavoro notturno, all’interno delle aziende, rappresenta un elemento di criticità spesso sottovalutato, che espone i lavoratori a fattori di rischio sia di natura fisica che psicologica. Obbligo del Datore di lavoro è analizzare, attraverso il DVR, tale fattore di rischio e individuare le misure più appropriate di prevenzione e protezione.

Dal punto di vista normativo l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, con la nota n. 1050 del 26 novembre 2020, ha fornito alcuni chiarimenti in merito alla corretta definizione di “lavoratore notturno “.

Altra normativa di riferimento per giungere ad una corretta identificazione di tale condizione è il D.Lgs. 8 aprile 2003 n. 66 (“Attuazione delle direttive 93/104/CE e 2000/34/CE concernenti taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro”), il quale definisce “periodo notturno” un periodo di almeno sette ore consecutive comprendenti l’intervallo tra la mezzanotte e le cinque del mattino.

Alla luce di quanto sopra è quindi possibile identificare il “periodo notturno” nei seguenti intervalli di orario di lavoro:

  • dalle 22:00 alle ore 5:00 del giorno successivo
  • dalle 23:00 alle ore 6:00 del giorno successivo
  • dalle 00:00 alle ore 7:00 del giorno successivo.

Il medesimo Decreto Legislativo definisce anche il “lavoratore notturno“:

  1. qualsiasi lavoratore che durante il periodo notturno svolga almeno tre ore del suo tempo di lavoro giornaliero impiegato in modo normale
  2. qualsiasi lavoratore che svolga durante il periodo notturno almeno una parte del suo orario di lavoro secondo le norme definite dai contratti collettivi di lavoro. In difetto di disciplina collettiva è considerato lavoratore notturno qualsiasi lavoratore che svolga lavoro notturno per un minimo di ottanta giorni lavorativi all’anno; il suddetto limite minimo è riproporzionato in caso di lavoro a tempo parziale.

In conclusione, è possibile definire tre diversi casi per i quali sia possibile definire un lavoratore notturno:

  1. lavoratore che svolga stabilmente tre ore del suo monte ore giornaliero nel periodo notturno
  2. lavoratore che svolga nel periodo notturno l’attività lavorativa secondo le regole definite dalla contrattazione collettiva, in termini di ore giornaliere da effettuare nel periodo notturno e numero di giornate
  3. lavoratore che svolga, in assenza di contrattazione collettiva, tre ore del suo monte ore giornaliero nel periodo notturno per almeno ottanta giorni l’anno.

 

Quali sono i rischi per la salute e la sicurezza nel lavoro notturno?

I lavoratori impegnati nel lavoro notturno sono più esposti a condizioni di stress per l’organismo (sonno/veglia), con una conseguente variazione delle funzioni biologiche, con effetti a breve termine (disturbi del sonno, dell’apparato digestivo, aumento o diminuzione di peso, stress) ed effetti nel lungo periodo (malattie cardiovascolari, dell’apparato gastroenterico e disturbi psicoaffettivi).

Dunque, è fondamentale individuare appropriate misure organizzative e gestionali (come, ad esempio, pause o riduzioni dei carichi di lavoro) e idonei protocolli di sorveglianza sanitaria per monitorare lo stato di salute dei dipendenti.

Inoltre, la IARC – Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro – con una ricerca effettuata nel 2010 (sulla base di otto studi epidemiologici sul tumore del seno nelle donne e di un piccolo numero di studi sui tumori della prostata e del colon negli uomini) ha segnalato un significativo aumento del rischio di tumore nell’ambito di attività che comportano lavoro notturno.

 

Quali lavoratori devono essere esclusi dal lavoro notturno?

Ci sono alcune tipologie di lavoratori che, in base alla normativa vigente, devono essere esclusi dal lavoro notturno e sono:

  • Le donne in stato di gravidanza fino al compimento di un anno di età del bambino
  • I lavoratori minorenni
  • I lavoratori che non hanno ottenuto l’idoneità medica.

Infine, non sono obbligati a prestare lavoro notturno le seguenti tre categorie:

  • la lavoratrice madre di un figlio di età inferiore a tre anni o, alternativamente, il lavoratore padre convivente con la stessa
  • la lavoratrice o il lavoratore che sia l’unico genitore affidatario di un figlio convivente di età inferiore a 12 anni
  • la lavoratrice o il lavoratore che abbia a proprio carico un soggetto disabile ai sensi della legge 5 febbraio 1992, n. 104.

 

Lavoratore notturno e sorveglianza sanitaria

La sorveglianza sanitaria ha la funzione di verificare che il lavoratore sia idoneo a poter svolgere le prestazioni di lavoro notturno (nel caso di inidoneità al lavoro notturno, il lavoratore deve essere adibito al lavoro diurno).

Come visto in precedenza, i lavoratori notturni sono esposti a fattori di rischio sia psichici che fisici che nel medio o lungo periodo possono determinare patologie (e conseguenti malattie professionali) anche gravi.

Obbligo del datore di lavoro è quindi sottoporre i lavoratori notturni ad una specifica sorveglianza sanitaria.

Il Medico Competente (MC) valuta preventivamente e periodicamente (con scadenza biennale) che il lavoratore sia idoneo allo svolgimento di attività in orario notturno.

Il Decreto Legislativo 66/2003 stabilisce che il Datore di Lavoro provveda alla Valutazione del Rischio per lavori notturni e monitori lo stato di salute dei lavoratori impiegati, attraverso il medico del lavoro e la sorveglianza sanitaria; la violazione è punita con sanzioni penali o pecuniarie.

Le più frequenti non idoneità, o idoneità con limitazioni, riguardano i lavoratori con patologie croniche o che abbiano subito interventi chirurgici rilevanti (a titolo di esempio, malattie neurologiche, cardiopatie, affezioni epatiche o polmonari, chi soffre di diabete, epilessia, asma, chi abbia subito traumi cranici, ecc.) o i soggetti che sono obbligati all’assunzione di farmaci in determinate fasce orarie.

 

Rischio lavoro notturno e DVR

È di fondamentale importanza che all’interno del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) siano indicati i criteri utilizzati per analizzare il rischio da lavoro notturno, i risultati della valutazione stessa e il piano di miglioramento.

Come per qualsiasi altro fattore di rischio, risulta prioritaria l’analisi di tutti gli aspetti al contorno, nonché l’individuazione e la quantificazione degli effettivi rischi connessi alla specifica mansione e al contesto lavorativo.

Per fare un esempio concreto prendiamo una specifica attività (es. un magazzino che opera anche in orario notturno) e vediamo quali azioni, in sequenza, devono essere svolte:

  • analisi del lavoro notturno (attività da svolgere, carichi di lavoro, difficoltà correlate agli orari, individuazione attività procrastinabili o secondarie, lavoro in solitudine)
  • analisi del contesto (caratteristiche dei luoghi di lavoro, livello di illuminamento, accessibilità servizi sanitari, disponibilità mezzi e attrezzature, ecc.)
  • individuazione delle risorse necessarie (requisiti individuali, sorveglianza sanitaria, autonomia operativa, competenze, livello di formazione)
  • definizione delle procedure di lavoro in orario notturno con indicazione delle attività vietate (es. lavori in quota, utilizzo fiamme libere, ecc.)
  • individuazione misure di prevenzione e protezione e piano di miglioramento.

Non ultimo è importante valutare i rischi correlati al lavoro notturno nell’ambito della gestione delle emergenze, individuando scenari e specificità in relazione al numero di persone presenti in turno o alle competenze necessarie per svolgere interventi in emergenza.

Le domande che in questo caso il Datore di lavoro di lavoro (o il RSPP) si deve porre, a titolo di esempio, sono:

  • il numero di risorse operanti in orario notturno è sufficiente alla gestione di tutti i fattori di rischio di tipo emergenziale (es. incendio, allagamento, blackout elettrico)?
  • le risorse operanti di notte hanno adeguate competenze? (es. durante l’orario notturno sono presenti addetti all’antincendio?)
  • ho valutato i rischi connessi al rischio rapina o aggressione?
  • ho valutato la necessità di introdurre strumenti atti a minimizzare il rischio residuo? (es. dispositivi uomo-presente, procedura di chiamata in emergenza).

 

Lavoro notturno: gli obblighi del Datore di Lavoro

Volendo sintetizzare gli obblighi del datore di lavoro in merito al lavoro notturno possiamo elencare:

  • Integrazione del DVR o Specifica Valutazione del Rischio (a seconda del livello di criticità)
  • Integrazione del Piano di emergenza e relative esercitazioni
  • Sorveglianza sanitaria con controlli preventivi e periodici (almeno ogni 2 anni) sullo stato di salute dei lavoratori
  • Formazione del personale
  • Attività di monitoraggio periodico (audit) e definizione di un piano di miglioramento

È infine importante ricordare che al Datore di Lavoro non è permesso adibire i propri dipendenti al lavoro notturno, senza aver prima consultato le rappresentanze sindacali (ove presenti in azienda) aderenti alle organizzazioni firmatarie del contratto collettivo applicato, oppure, in mancanza, le organizzazioni territoriali dei lavoratori.

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